Questo disumano universo chiamato caos.

Amami contro il tavolo della cucina
quando nessuno è in casa,
nessuno sa,
nessuno giudica.
Riempimi del tuo brutale piacere
prima che sia troppo tardi,
prima che qualcuno ci scopra.
Lasciami godere degli ultimi attimi di labile innocenza
che hai quasi dissolto
con la tua saggezza,
mio maestro.
Sei arte,
sei poesia,
sei una scultura decadente
e beneficio della tua figura marmorea.
Sei cultura,
sei forza.
Erigi muri deboli,
li butti giù,
li ricostruisci impercettibili.
Mi fai entrare,
mi accogli,
mi possiedi,
mi mandi via,
mi riprendi,
mi urli contro,
mi vuoi,
mi ribalti.
Mi guardi giocare a fare la moglie,
mi guardi giocare a fare la mamma,
mi trattieni,
mi getti,
mi ami.
Parole violente,
parole sulla violenza.
Parole acute,
gridate,
sofferenti,
sussurrate a due braccia aperte,
calde,
immacolate,
indolenzite.
Amami tra il candore delle lenzuola,
fino a quando la nostra ora sarà giunta,
fino a quando verremo scoperti,
fino a quando saremo cenere e polvere
in questo disumano universo chiamato caos.

A Egidio.

Annunci

My dear.

I’ve never seen you this way, my dear.
You’ ve always acted like you have no feelings for anyone,
no feelings for me.
I saw you yelling at your phone,
at the girl you say you love.
I saw you vulnerable,
incomplete,
empty.
I saw you slowly fall apart for the first time.
Don’t worry, my friend.
They say time can remove your pain.
Don’t worry, my friend.
Here’s my shy shoulder.

Thanks to Yash Kapadia.

I don’t want to know.

I heard you’re not looking for anyone,
why aren’t you?
Is it true that or is it just a lie
like the ones you everyday told everyone?
Whatever you are doing, don’t let me know.
If you’re not looking for someone and you just want to be alone, don’t let me know.
Whenever you’re lying and you want to hold another hand, don’t let me know.
Don’t let me know if she has beautiful blue eyes or if she’s a long blonde haired girl. Never let me know about you, about your happiness.
If you’re looking for me in another girl, don’t let me know.

Thanks to Yash Kapadia for the support.

Potrei perdonartelo.

Non provo più niente.
Ed è vero. L’ho constatato quando ho visto la tua macchina sporca sotto al cancello di casa dopo tanto tempo.
Potrei perdonartelo.
In quel momento ho sentito di poterti perdonare le serate ignoranti, le frivolezze, le favole, le menzogne, una volta per tutte. L’ultima.
Salgo sulla macchina e mi siedo sul sedile. Ti chiederei cose di cui già conosco la risposta, quindi sto zitta. Non ricordo più l’interno del tuo mezzo, non ricordo più come si abbassa il volume dello stereo o dove tieni il vecchio contenitore di gomme che usi come portacenere.
Potrei perdonartelo.
Mi lascio cullare dal vuoto che un anno fa mi avrebbe infastidita. Ora lo trovo confortevole.
Sei un estraneo ormai, certe volte lo ammetto, ti vedo come una persona che non conosco, almeno non del tutto, forse solo a strati. Certe cose le vedo ancora nella mia testa però, in qualche angolo remoto ci sono ancora, come il modo in cui accosti le labbra per fischiare o la tua risata.
Penso di potertelo perdonare.
Ti ascolto mentre parli della tua giornata. Faccio lo stesso. Ti racconto che ho una nuova relazione ora. Sto con un altro. Mi tratta bene, vede del potenziale in me. Anche tu lo vedevi, o almeno era quello che mi facevi credere.
Ora sei solo indifferenza. Sembrano passati secoli da quando ti stringevo fiaccamente le dita. Mentre le sue mani sono forti, le sue braccia possenti, e mi stringono a sé in un’amabile morsa.
Mi viene ancora un nodo allo stomaco se ripenso a tutto quello che ho passato con te. So di aver detto di non provare più niente, e forse è questo che mi dà una lieve sensazione di nausea se ripenso a tutte le volte che ho pianto fiumi di lacrime che non avrebbero dovuto sgorgare per te, per il male che mi hai fatto. E sale il vomito ogni volta che sento una canzone che ti avevo dedicato e sento che mi manca il respiro quando penso al tempo buttato via insieme a te.
E te lo posso perdonare.
Sei un’ombra, non più una figura. Il tuo volto non presenta più quei dolci lineamenti a cui ho offerto fiumi e fiumi di parole. Sei un ologramma, vorrei toccarti, ma sono sicura rimarrei delusa scoprendo che in realtà sei frutto della mia immaginazione intangibile. E preferirei odiarti e preferirei gettarti addosso delle pietre, piuttosto che essere consapevole che l’amore per cui ho tanto sofferto e tanto sperato è stata solo pura e semplice illusione.
Potrei perdonartelo.

 

 

221003

Avrei dovuto guardarti dormire più a lungo.

Avrei dovuto guardarti dormire più a lungo. So che mi hai sempre detto di non farlo, ma io avrei dovuto spendere più tempo a riempirmi gli occhi del tuo sonno. Mi diresti che sono folle, e in un certo senso lo sono. Mi sembra di immaginarti intanto che ti accendi una sigaretta mentre siamo seduti attorno al tavolo della tua cucina e mi dici che sono matta, e io te lo lascerei dire tutte le volte che vuoi. Invece stai giocando con uno scontrino abbandonato sul tavolino di una caffetteria qualsiasi. Le tue dita sono ancora le tue dita e i tuoi occhi sono ancora i tuoi occhi, tuttavia fatico a riconoscerli. Sono sempre gli stessi, eppure sono cambiati, non hanno più quella viziosa innocenza che tanto ero abituata a vedere. Sono spenti, colpevoli e colmi di una pace che non avrei mai pensato di provare avendoti avanti, non dopo tutto quello che sono stata costretta a subire standoti accanto. Ormai l’immagine di noi due seduti l’uno a fianco all’altra mi appare sfocata e lontana, sembra quasi un miraggio, una fantasia. Siamo ancora insieme e sembra quasi che nulla sia accaduto, che il tempo sia rimasto fermo al freddo inverno dell’anno appena trascorso. Gli alberi si sono spogliati allo stesso modo e in fiori sono in procinto di rinascere nello stesso punto con la stessa maestosa bellezza. Incrociamo gli occhi per brevi istanti, ma distolgo immediatamente lo sguardo. Preferisco fissare il legno incrinato del vecchio tavolino piuttosto che vedere la mia immagine sfalsata riflessa nelle tue pupille vacue. Preferisco ricordarmi com’ero abituata a vedermi riverberata nella tua espressione: pretenziosa e ammaliata.

Penso che non odori più di fumo e che le tue dita non hanno più quel rossore laborioso che mi sfiorava. Ma non credo sia per questo che ti sento così distante, piuttosto sono io che tendo ad allontanarmi anche quando mi chiedi di cosa voglio parlare. E il punto è che voglio parlare di tutto, voglio riempirti di domande, sapere cosa ne stai facendo della tua vita. Però allo stesso tempo non voglio dire niente, perché ho paura delle parole, delle risposte, dei riscontri. Quindi rimango restìa e mi isolo con te davanti che continui a spezzettare in brandelli la carta. Mi immedesimo in quello scontrino, penso che sia il mio cuore e mi rendo conto di quanta poca energia ci hai messo per ridurlo in frammenti talmente piccoli, che rimetterli insieme è stato davvero lungo e doloroso. E riaverti qui, mi fa sentire ancora inerme, come se la fatica che ho fatto per allontanarti fosse vaga.
Racconti qualcosa per spezzare il silenzio affannoso che ci stava travolgendo e mi lascio andare anche io. Rispondo pacatamente a domande irrilevanti e argomento ragionamenti che non mi competono, dimenticando la ragione per cui sono qui con te. E l’unica vera ragione è quella di sentirti finalmente dire che non mi vuoi e non mi hai mai voluta, ma meglio ascoltare la tua voce squillante raccontarmi di situazioni senza criterio che in un certo senso ancora mi dà una sensazione di pace, piuttosto che sentirmi dire a tutti gli effetti quello che voglio sentirmi dire. Meglio rimanere ancora un po’ nell’illusione che in fondo non tutto è da buttare via.
Ti evito. Evito il contatto visivo. Evito qualsiasi tipo di contatto possibile. Eppure vorrei poterti accarezzare ancora per sentire un’ultima volta cosa si prova a lasciare un po’ di me sulla tua pelle. Però resisto. Ma immagino comunque di toccarti e respirarti. Forse ti amo ancora, forse non ti ho mai amato ed è tutto frutto della mia immaginazione. Forse ero completamente ammaliata dal fatto che avessi bisogno di me. Forse è vero che rimanere nell’ombra e vivere di illusione non è poi così male come idea. Ti ricorderei ancora lucente e non deteriorato, saresti spensierato e innocentemente devastante.
Ma siamo sempre seduti l’uno di fronte all’altra. Le parole non sono più significative. Giochi con la carta e io te lo lascio fare, ma rimpiango comunque il fatto di non averti guardato dormire più a lungo.

Solo un’enorme, grandissima, colossale cazzata

<< Devi smetterla! >> continuò a ripetere urlando.
<< Devi smetterla di comportarti così, di essere così. >> Ma non capivo mai a cosa si riferisse. In fondo non stavo facendo nulla di male, non ho mai fatto nulla di male. Il mio unico lavoro era quello di stare in posa per ore e basta. Nient’altro. Io non ho mai fatto niente.
<< Basta guardarmi in quella maniera. Sono un padre di famiglia, Marina, te ne rendi conto? Ho una moglie e dei bambini, Marina. Perciò devi smetterla di guardami. >>
Ma io continuai a fissarlo. Non so se fu il mio semplice gesto a farlo impazzire, ma il viso gli diventò paonazzo.
<< Potrei essere tuo padre. Sono un padre. Non tuo però, di due bambini. >>
Potrei essere tuo padre.
Continuai a subirmi la sua dolce ira mentre rimanevo immobile con lo sguardo su di lui. Lo desideravo con ardore ed evidentemente per lui era lo stesso.
Prendimi.
Fammi tua.
Aprì bocca e fece per parlare, ma esitò. Rimase inerme davanti a me con le labbra aperte, il volto sudato, le vene pulsanti, il petto palpitante.
Scostai il colletto della camicia, lasciando che la mia pelle venisse scoperta poco per volta, bottone dopo bottone, centimetro dopo centimetro, cellula dopo cellula.
Portò le mani al volto e inspirò profondamente. Chiuse gli occhi, quasi come se non volesse assistere a quello che stava accadendo. Mi sarei dovuta fermare, lo so, ma in fondo sapevo che dietro a quella maschera si nascondeva un’impavida curiosità. Lo vidi respirare profondamente, assaporare ogni singola lena prima di tornare in apnea.
Finii di slacciarmi la blusa bianca e rimasi con la schiena contro la parete, il ventre scoperto. Sperai in una sua reazione.
Finalmente si girò verso di me e – non me ne accorsi nemmeno – mi ritrovai con, questa volta, il seno contro il muro freddo.
<< E’ questo che vuoi, eh? >>
Aveva ragione. Sentii le sue mani bollenti percorrermi avidamente la pelle dello sterno. Sentii dei brividi sussegursi lungo le vertebre, il collo, le gambe.
Il suo respiro rimase affannoso, ma in lui sentivo ormai più eccitazione che sgomento. Mi accarezzava la pelle con tanta dolcezza quanta voracità, facendo salire alle stelle anche i miei impulsi.
<< E’ anche quello che voglio io. >> Mi strusciò l’erezione sul gluteo.
Fammi tua.
<< Stiamo facendo una cazzata, un’enorme, grandissima, colossale cazzata. >> disse, mentre, lussurioso, mi abbassò i pantaloni e mi scostò gli slip, penetrandomi.
Era semplicemente bellissimo: ogni singolo, intenso colpo sembrava essere un passo in più verso la Terra Promessa.
Sono in paradiso.
Lui è il paradiso.
Ci ritrovammo dunque a fare l’amore contro la parete del suo studio. Eravamo solo io e lui: Marina e Riccardo. Lui era l’artista e io la sua musa. Lui non era un marito fedifrago e io non ero una puttanella qualunque. E cosa più importante, sapevo che quella sensazione non sarebbe durata in eterno, quindi mi concentrai sui gemiti che Riccardo stava soffocando nei miei capelli e mi godetti quello che probabilmente ne sarebbe rimasto del mio rapporto con lui.
E’ solo un’enorme, grandissima, colossale cazzata.
Venne. Lo sentii scivolare caldo e prepotente nelle viscere, quasi volesse farsi spazio tra le mie intimità più nascoste.
Rimanemmo in quella posizione ancora qualche minuto. Le dita intrecciate, la fede fredda a contatto con la mia pelle. Riuscivo a fiutare il tradimento, a odorarlo, toccarlo, respirarlo. Lo percepivo come se avesse una forma, un colore, come se fosse una persona che mi fissa. Strofinai il dito contro l’oro gelido dell’anello e rabbrividii.
E’ tutto sbagliato.
Io ne sono la causa.
<< Come faccio a non innamorarmi di te? >> disse con un filo di voce mentre si infilò i pantaloni.
Ebbi la sensazione che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei posato per lui.

 

  Confessioni di una Casa di Bambole.

Carissimo ******,

ti scrivo perché, come ben sai, amo lasciare traccia delle mie parole e non farle volare via come faranno i nostri ricordi.
Ti scrivo anche per il semplice fatto che sono codarda e non trovo il coraggio di dirti le cose in faccia, come invece avrei dovuto imparare a fare tempo fa.
Preferirei che leggessi questi miei pensieri mentre sei in viaggio, ma penso lo farai prima, quando magari sono voltata, quando sai che non potrò vederti. Per lo meno, io farei così e se tu fossi curioso anche solo la metà di quanto lo sono io, aprirai il foglio non appena i nostri sguardi saranno separati. Penso che faresti lo stesso, ma forse non ti conosco come pensavo.
Non so perché, ma mentre stendo queste quattro parole pensandoti, mi viene in mente il fatto che quando le persone nei film scrivono lettere, c’è spesso la scena dove loro ballano. Poi chissà quale sarebbe il motivo di cotanta felicità nel ricordarsi il passato e imprimerlo su carta. Forse anche io lo sto facendo. Sto immaginandoti mentre saltelli per una stanza che non abbiamo mai visto e ti guardo appoggiata a un mobiletto. Ridiamo entrambi. Vedo perfettamente il tuo sorriso storto. Oh, li vedo nitidamente quei denti ingialliti. Devo confessarti che ogni volta che li scoprivi, una parte di me era come se svanisse. Hai portato via tanto di me solo sorridendo e non te ne sei nemmeno accorto. Cercavo di ricompormi nel modo più silenzioso possibile per farti riprendere i miei pezzi un’altra volta. E non so come, mi scusavo con me e stessa ogni volta che lo facevi, ma maggiormente quando non lo facevi. Mi chiedevo continuamente perdono per qualsiasi cosa in effetti, ma soprattutto per non essere stata in grado di farti innamorare e a causa di ciò, per essermi procurata tanto dolore.
Mi sto rendendo conto del fatto che non sono poi così brava a scrivere come vorrei invece farti credere. E’ davvero difficile riportare a parole quello che mi sta passando per la testa in questo momento. E’ difficile parlare di te certe volte, soprattutto quando non si tratta di dover buttare giù semplici righe per creare una poesia, quanto cercare di farti capire cosa provo in realtà per te.
Perdona il disordine che ho in testa, ma sto seriamente cercando di fare un po’ di ordine e spazio nella mia vita.
Hai un profumo strano, diverso da tutti quelli che ho conosciuto. Magari chiamarlo “profumo” è un po’ un’antinomia, ma evidentemente l’odore di fumo che hai impregnato nella barba è diventato una dolce essenza al mio olfatto. Odori di casa, di abitudine, di pentole dimenticate nel lavello, di mensole polverose, di camino acceso e di lenzuola sgualcite. Ma profumi anche di aria fresca, certe volte. Poche volte ormai. Profumi di qualcosa che necessita un cambiamento, ma che allo stesso tempo deve rimanere intoccata.
Non ho mai odorato questa sensazione.

Carissimo ******,
sono passati mesi dall’ultima volta che ti ho guardato negli occhi e sento che il ricordo di te si sta facendo pian piano sempre più sbiadito, nonostante abbia ancora la possibilità di voltarmi e cercarti con lo sguardo. Da un lato sono contenta che la tua voce non mi stia più rimbombando in testa come un suono di tamburi, ma dall’altra ho il terrore di perderti come si perdono le forcine o i post it ormai letti mille volte.
Però certe volte ti cerco ancora e vedo che anche tu fai lo stesso. Ma quindi qual è il nostro scopo? Ne abbiamo uno? Domande senza risposta. Non esiste alcuna risposta, quando si tratta di te.

Sempre tua,

Ophelia.